Per una storia del turismo scolastico: il viaggio di studio nell’antichità (parte II)

Sia ben chiaro che un’insaziabile curiosità di sapere ci spingerebbe a volgere lo sguardo anche verso altri, lontanissimi orizzonti, ma per necessità di brevitas “bloggensis” ci limitiamo  per ora all’Occidente. Non dubitiamo tuttavia che interessanti scoperte ci attenderebbero a tal proposito anche dall’altra parte del globo, gli interessati potranno approfondire (ed ecco qui un primo stimolo alla ricerca).

Tornando “dalle nostre parti”, ecco inevitabile il riferimento ad Epicuro (IV-III sec. a.C.), dagli studenti così  furbescamente frainteso quando dice «Salpa l’ancora, ragazzo, e fuggi ogni forma di cultura»!… Che il suo invito all’apprendimento attraverso l’esperienza non diventi la scusa per non studiare sui libri!, ma piuttosto l’aggancio concettuale per meglio comprendere lo sviluppo culturale che pone la prassi e la conoscenza diretta delle cose quale premessa imprescindibile per una sana comprensione del mondo. Un po’ come il contemporaneo progetto Erasmus, che a questo punto (almeno per ciò che riguarda l’aspetto esperienziale) fantastichiamo che si sarebbe potuto chiamare anche (latinizzato) “Epicurus” (senza nulla togliere al celeberrimo umanista eponimo)…

Del resto, nel dialogo fra mondo greco e mondo latino, la densa componente culturale greca della civiltà romana indicò la Grecia quale privilegiata, se non unica, mèta di viaggio di studio. E non a caso un paio di secoli dopo Quinto Orazio Flacco completò la propria formazione con l’ormai canonico viaggio di formazione ad Atene (45 a.C.), e lì si avvicinò all’epicureismo. E così avrebbe fatto anche Publio Ovidio Nasone (I sec- a.C.) quando, adolescente, completò gli studi nella penisola ellenica.

Infine di monito saranno per noi le parole di Plinio il Giovane (I-II sec. d.C.), difronte all’affannosa ed illusoria ricerca in un altrove lontano del bello che invece sta vicino a noi:

«Noi siamo soliti, per vedere certe meraviglie, intraprendere lunghi viaggi […]. Il fatto è che nella nostra città e nei suoi dintorni ci sono moltissime rarità che non solo non abbiamo mai contemplate direttamente, ma delle quali non abbiamo mai neppure udito notizia; se invece esse si trovassero in Grecia, in Egitto, in Asia […] ne avremmo già sentito parlare» (da Epistolae, 8, 20, 1-2; trad. F Trisoglio).

La crisi ed il crollo dell’impero  romano d’Occidente pongono ostacoli materiali e culturali al viaggio di formazione. Ma non alla sete di sapere: all’interno degli scriptoria monasteriali il meticoloso lavoro dei monaci trasmise il patrimonio culturale da un’epoca ad un’altra, e con esso l’insopprimibile bisogno umano di viaggiare per conoscere.

La dimensione del viaggio coinvolse mercanti, pellegrini e, naturalmente, scolari impegnati in avventurose peregrinationes academicae… Siamo ormai nel Medioevo, dunque al prossimo post!

[CM]

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